cronaca

La via crucis di Paolo Borsellino

Vincenzo Ceruso Alamy
Pubblicato il 19-07-2022

Due mesi dall'attentato a Falcone

Sappiamo molto, non sappiamo tutto. Potremmo riassumere così le nostre conoscenze su quanto avvenne in quell’estate del 1992. Tra il 23 maggio e il 19 luglio di quell'anno, si consumano le stragi di Capaci e via D’Amelio, due degli eccidi più terribili nella storia, pur sanguinaria, dello stragismo politico del nostro paese. Entrambi gli attentati rientrano in un'unica strategia terroristica deliberata dai corleonesi, in una serie di riunioni tenute tra ottobre e dicembre del 1991. 

Dapprima, Salvatore Riina riunisce, nelle campagne di Mazara del Vallo, i suoi fedelissimi: i fratelli Graviano, Vincenzo Sinacori, Mariano Agate e Matteo Messina Denaro – l’ultimo ancora latitante – di quel gruppo di sicari. Sono coloro che compongono la super Cosa, la risposta di Riina alla super Procura antimafia che Falcone sta tentando di istituire, vincendo le resistenze corporative di gran parte della magistratura e di un vasto fronte politico. 

La sentenza definitiva del maxiprocesso che condanna i vertici mafiosi si ha soltanto il 30 gennaio del 1992, ma Riina ha già compreso che i suoi tentativi di condizionare la pronuncia della Cassazione non hanno avuto esito positivo e avverte i suoi: è arrivato il momento della resa dei conti con i nemici di Cosa nostra. Con Falcone e Borsellino, innanzitutto, la cui condanna a morte è stata già deliberata dalla commissione all'inizio degli anni Ottanta, ma anche con quei politici che hanno tradito le aspettative della consorteria criminale. 

 

Cinquantasette giorni separano la morte di Giovanni Falcone da quella di Paolo Borsellino, la strage di Capaci da quella di via D’Amelio. Leggiamo questo crocevia essenziale nelle vicende del nostro paese, partendo da alcune domande fondamentali: come visse questi due mesi Paolo Borsellino? Dove traeva la forza per resistere alla paura e all’isolamento? Non si tratta di ricorrere all’apologetica, per descrivere un uomo che non voleva essere un santo. Semplicemente, quella del magistrato ucciso il 19 luglio 1993 è una storia cristiana.

 

 

Archivio famiglia Borsellino

 

 

Cinquantasette giorni

 

Trent’anni dopo Capaci e via D’Amelio, c’è ancora qualcosa che non abbiamo compreso su quella tragica estate del 1992? Non si tratta solo di domande e misteri che rimandano ad una sfera processuale. C’è una dimensione che riguarda l’interiorità di coloro che combatterono “la buona battaglia” e che possiamo provare ad intravedere, mettendo insieme tessere e frammenti sparsi, senza la pretesa di esaurire una difficile ricerca.

Ed è tanto più importante, nel corso di questa indagine, mettere a fuoco un tratto di strada, grazie a cui delineare la pienezza di un cammino. Gli esseri umani non sono solo “forme che abitano il tempo” (F. Scarabicchi, La figlia che non piange, Einaudi, Torino, 2021, p. 38), ma è nel tempo che la fede di un uomo o di una donna trova la sua forma. In particolare, se guardiamo all’itinerario di Paolo Borsellino, tra il 23 maggio e il 19 luglio 1992, emerge con nitidezza la maturità di una fede che lo sostiene nel momento più difficile della sua esistenza. 

 

I cinquantasette giorni dopo la strage di Capaci rappresentano per Borsellino una vera e propria “via crucis”, come ha sottolineato Fabio Trizzino, avvocato della famiglia Borsellino. È stato detto e ripetuto che Falcone e Borsellino hanno subito, nel corso della loro carriera professionale, i peggiori attacchi da parte dei loro colleghi magistrati. Un aspetto merita di essere sottolineato: dopo il 23 maggio, Paolo Borsellino vive i momenti più dolorosi proprio nei corridoi del palazzo di giustizia di Palermo, che egli stesso definisce “un nido di vipere”.

 

 

 

 

L’isolamento, il tradimento, la morte

 

Com’è naturale, il magistrato intende indagare sulla strage di Capaci. Non è solo il desiderio di rendere giustizia ad un amico. Borsellino è, senza dubbio, colui con le maggiori competenze in fatto di lotta alla mafia. Eppure, il suo superiore gli riconosce le deleghe per condurre le indagini sulle cosche di Agrigento e Trapani, ma non di Palermo, dove opera il centro decisionale di Cosa Nostra. 

In quelle poche settimane, Borsellino conduce un lavoro estenuante, che favorisce la collaborazione con la giustizia di nuovi, importanti pentiti. Il 28 giugno, il giudice e la moglie incontrano a Roma il Ministro della Difesa Salvo Andò. Quest’ultimo ha ricevuto delle minacce di morte e sa che c’è una circolare che riguarda anche lo stesso Borsellino, in cui si parla di un attentato che lo riguarda. Il Ministro vuol sapere cos’è stato fatto per proteggerlo, ma Borsellino è ignaro di tutto. 

L’indomani si reca nell’ufficio del Procuratore capo e protesta, batte i pugni sul tavolo fino a farsi male, indignato perché è stato tenuto all’oscuro di notizie che riguardano la sua sopravvivenza e la sicurezza dei suoi familiari. In realtà, tutti sembrano essere a conoscenza del fatto che Borsellino sta per essere ucciso, a Palermo, come a Roma e a Milano, ma quasi nessuno, tra coloro che avrebbero il potere di fare qualcosa per bloccare il piano di morte, si adopera in maniera efficace per impedirlo. Lo stesso magistrato è consapevole che gli rimane poco tempo, vuol fare in fretta, perché è vicino a scoprire il movente ultimo che sta dietro la morte di Falcone, così come i legami imprenditoriali, massonici e politici che proteggono Cosa nostra.

 

Servitore dello Stato fino alla fine, non parla sui quotidiani o alla tv di quello che ha scoperto. Forse, ne scrive su quell’agenda rossa che è stata sottratta dal luogo della strage di via D’Amelio, mentre i corpi del giudice, degli uomini e delle donne della scorta erano stati appena straziati da un’autobomba. Supplica, invano, di essere convocato come testimone dalla Procura di Caltanissetta, che si occupa della strage di Capaci. Infine, nella sua passione non manca il tradimento di un amico. Borsellino ne parla, in lacrime, durante una conversazione con due giovani colleghi della Procura di Marsala, tra la fine di giugno e i primi di luglio. 

 

ANSA_MICHELE NACCARI

 

 

Un testimone 

 

Il giudice continua a combattere nell’arco dei cinquantasette giorni, pur consapevole che la congiura si stringe sempre più attorno a lui. Dove trova le forze per non arrendersi? Tante testimonianze ci dicono che egli attinge dalla propria fede l’energia per resistere al male. Si tratta di una fede semplice, non esibita, che si nutre di alcuni elementi essenziali, quali l’amore per le Scritture – che traspare dallo splendido discorso che tiene per il trigesimo di Giovanni Falcone; la preghiera quotidiana, che si alimenta di un modesto libretto di orazioni; la mensa eucaristica e la confessione, a cui chiede di accedere il giorno prima di essere ucciso, rivolgendosi al suo amico sacerdote, don Cesare Rattoballi. 

 

Questa fede è la cifra di un cristiano italiano, ucciso alla fine del Novecento dagli assassini di Cosa Nostra.

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