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Tarquinio: la guerra non è uno spettacolo

Andrea Cova e Roberto Pacilio Ansa EPA_SERGEY KOZLOV
Pubblicato il 27-06-2022

Ci vorrebbero migliaia di Francesco d’Assisi

«Una nube oscura» sull’Europa, è l’ultima definizione che Bergoglio dà del conflitto in Ucraina e precisa – incontrando un gruppo di ambasciatori – che la diplomazia vaticana «continua a lavorare attraverso numerosi canali per favorire soluzioni pacifiche in situazioni di conflitto e per alleviare la sofferenza causata da altri problemi sociali». Tre mesi di guerra che hanno messo in evidenza anche le debolezze di molti governi mondiali, incapaci di riuscire ad avviare un processo di risoluzione senza il ricorso eccessivo alle armi. Rispondendo alle nostre domande, Marco Tarquinio, direttore del quotidiano Avvenire, cita come esempio Nikita Krusciov e John Kennedy che «seppero fermare la crina rovinosa sulla quale si stava rotolando. Questa è la grandezza della politica».

Direttore, Putin ha rifiutato di incontrare papa Francesco. Che segnale è secondo lei?
È il segnale della difficoltà nella quale siamo. Se il presidente della federazione russa incontrasse papa Francesco credo che non potrebbe dirgli di no come ad un qualunque altro interlocutore. Non potrebbe dire di no ad una richiesta pressante di un cessate il fuoco che conduca alla trattativa seria per porre fine definitivamente alle ostilità.

«L’abbaiare della NATO alle porte della Russia», lo ha detto il Pontefice nel corso di un'intervista al Corriere della Sera. È una guerra della NATO per procura? Senza dimenticare che c’è un aggressore, un aggredito e migliaia di morti innocenti: che responsabilità abbiamo come occidente?
“Can che abbaia non morde” si dice dalle nostre parti. Dal 2008 in avanti c'è stata una pressione intorno ai confini della federazione russa, un allargamento dell’alleanza Atlantica e il dispiegamento di sistemi difensivi della stessa. Tutto questo non giustifica l’invasione, ma può spiegare il clima nel quale questo atto di guerra è avvenuto e le conseguenze. Ci sono stati otto anni di guerra a cosiddetta “bassa intensità”, che sono stati portati avanti con il sostegno di alcuni Paesi occidentali; lo abbiamo appreso sempre meglio nello sviluppo dell’attuale conflitto in terra d’Ucraina, che consiglieri militari, soprattutto americani e inglesi, hanno agito con continuità sul territorio ucraino a sostegno delle forze armate.


Credo che il ruolo dell’Europa oggi debba essere quello di recuperare il tempo perduto in una guerra non considerata, non vista, non affrontata nella sua gravità con un’azione che è al tempo stesso diplomatica, di pressione non solo violenta ma anche non violenta, culturale, sociale, civile a sostegno dell’Ucraina e contro le invasioni. Sono convinto che questo sia possibile, e già in parte è in atto, e che ci sia anche spazio per un'iniziativa dell'Unione Europea volta a costruire uno scenario diverso partendo dalla famosa trattativa instaurata sul tavolo turco, ma che non ha portato a nessun esito significativo. I canali sono aperti e vanno allargati. Le parole di Macron e Draghi sono molto importanti e mi auguro che si aggiungano presto, con chiarezza, la Germania e la Spagna. Spero che ci sia anche una grande iniziativa almeno dei più importanti Paesi europei a supporto di un’uscita dalla crisi. Si vedono degli spiragli.

Che ruolo hanno gli Stati Uniti? Il presidente Biden ha firmato una legge per velocizzare la fornitura di armi all’Ucraina nello stesso giorno in cui la Russia, sulla piazza Rossa di Mosca, celebra la vittoria sui nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Non è una coincidenza. Abbiamo bisogno di questi gesti che ostacolano il percorso di pace?
Tutte queste mosse sono dentro lo schema e la logica della guerra. C’è il gioco di rispondenze e di risposte precise alle provocazioni dell'altro. Bisogna trovare la forza necessaria, il coraggio e la lucidità per rompere questo schema. Ancora una volta l’esempio viene da papa Francesco che annuncia la disponibilità assoluta e umile di andare fino a Mosca. Dice qualcosa anche il gesto con cui il Pontefice ha deciso di incontrare i partenti del Battaglione Azov. Per fare la pace bisogna saper abbracciare e parlare anche con quelli che gli altri considerano impresentabili. È necessario negoziare con Putin.

Il Papa potrebbe essere l’unico capace di condurre ad una risoluzione? Questo evidenzierebbe il fallimento della diplomazia internazionale…
Già c’è stato il fallimento della diplomazia mondiale, della politica e delle scelte dei grandi leader che non sono riusciti a scongiurare la crisi, fino a farla precipitare. Leader davvero grandi come Nikita Krusciov e John Kennedy negli anni Sessanta, con la crisi dei missili di Cuba, seppero fermare la crina rovinosa sulla quale si stava rotolando. Questa è la grandezza della politica e l’arte della diplomazia. Papa Francesco sta dando l’esempio e la diplomazia vaticana sta lavorando incessantemente, per tentare di ricostruire le condizioni affinché ci sia il cessate il fuoco e si risparmi la vita di coloro che vengono massacrati: le popolazioni civili e i soldati mandati al fronte da entrambe le parti.

Come questa guerra sta cambiando i rapporti tra la Chiesa Cattolica e quella Ortodossa? Ci commenta le parole del Patriarca Kirill?
Il primo cambiamento è interno all’ortodossia stessa. Si stanno producendo frizioni e situazioni dolorose. Sappiamo bene che anche la chiesa ucraina, fedele al patriarcato di Mosca e non al neocostituito patriarcato ortodosso di Kiev, è in polemica con le posizioni assunte da Kyrill a proposito della giustezza della guerra scatenata da Vladimir Putin. Detto questo è evidente che c'è un problema serio. Esiste la volontà di incontro e una difficoltà a sintonizzarsi anche tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa russa: un fatto molto doloroso perché la volontà esplicita del Papa era di continuare a irrobustire e allargare il ponte che si è creato anche con Mosca, dopo il primo incontro col Patriarca a Cuba. Credo che il Santo Padre abbia molto chiara questa difficoltà nel trovare parole comuni, ma verrà il tempo in cui le sapremo ritrovare. L'importante è, come sta facendo Francesco, rimanere fedeli e ancorati al Vangelo. Quando c’è questo prima o poi la strada si trova.

Tra gli obiettivi dei bombardamenti anche il Monastero di San Giorgio della Santa Dormizione di Svyatogorsk, nell'Ucraina orientale. Un gesto contro una istituzione religiosa ucraina che dava supporto alla popolazione?
Era un monastero fedele, dal punto di vista religioso, al Patriarcato di Mosca. Queste sono le contraddizioni feroci della guerra: distruggono anche ciò che nel profondo è legato all’anima di coloro che si affrontano. Dobbiamo saperlo, vedere e dobbiamo saper far finire presto tutto questo.

Ha avuto una grande risonanza mediatica il suo intervento a “Pace Proibita” di Michele Santoro. Lei a un certo punto dice che «gli eroi sono quelli che non uccidono». Chi sono i nuovi eroi?
Ci sono una retorica e una narrativa che prevalgono in questo periodo, che porta a considerare eroi quelli che si armano e si scagliano contro l'altro. Ne abbiamo viste di tutti i colori: foto di bambini e bambine che si preparano alla guerra e imbracciano armi, volontari arrivati da tutta Europa per arruolarsi nelle forze armate ucraine, che in situazioni analoghe, come in Siria, li chiamavamo foreign fighters e li consideravamo dei pericolosi paraterroristi. Non si possono capovolgere i termini e le questioni. Ci sono 169 conflitti aperti, con l’Ucraina siamo a 170, e questo dice qualcosa di terribile sulla nostra condizione. Oggi eroismo è deporre le armi, non usarle contro l’altro, ma solamente per la difesa proporzionata alla legalità. Con una grande forza di polizia internazionale, che vorrei affidata alle Nazioni Unite, dovremmo arrivarci, ma ci vorranno ancora probabilmente anni e anni perché questo avvenga. Chi non ammazza è un eroe.

Col suo intervento da Santoro ci ha ricordato anche ciò che in molti sostengono: la guerra è da adulti e la pace da bambini…
Ho citato un pensiero che in Italia si usa esprimere, anche con espressioni dialettali, quando due ragazzini si picchiano: ha ragione chi tra i due è il primo a smettere. Non capisco come non possa essere anche una “regola” tra gli adulti, tra i grandi del mondo. Questo è lo spirito delle Nazioni Unite. È lo spirito della costituzione che ci siamo dati in Italia nel dopoguerra, con cui si ripudia la guerra come strumento della risoluzione delle controversie con gli altri stati, con gli altri popoli.

Lei e molti altri avete proposto una grande marcia pacifica in Ucraina. Migliaia di persone per chiedere di fermare la violenza…
Ho detto che avrei sognato una marcia di cinque milioni di persone a mani nude, totalmente disarmati e disposti a mettere se stessi tra la guerra e le popolazioni che la stanno subendo. Purtroppo, non c'è un movimento con questa forza e questa capacità, anche logistica, in Europa. Continuiamo a discutere di una riforma della difesa europea dal punto di vista militare, ma non ancora abbastanza della possibilità di costruire un grande corpo di pace, costituito da cittadini consapevoli e coraggiosi ma non disposti a usare le armi. Credo che il futuro della difesa dei Paesi camminerà su una gamba militare non aggressiva e una civile non violenta. L’idea di un popolo che dice no alla guerra e lo fa sentire forte è qualcosa di estremamente coinvolgente. Se fossimo capaci di questo saremmo capaci di venirne fuori. Spero che accada. Immaginare la forza umile di Francesco d’Assisi moltiplicata per tante e tante anime, cuori, menti e corpi che rifiutano la guerra, si agiscono come il Santo seppe fare nel pieno della crociata: incontrò il nemico per eccellenza, si fece ascoltare e ascoltò. Nel corso della storia abbiamo avuto anche altri esempi di persone non cristiane come Gandhi e Martin Luther King. C'è un altro modo di vivere il conflitto.

Un’alternativa c’è sempre?
Sempre. Persino in Russia c’è chi la pensa così.

Proprio in Russia ultimamente vediamo il diffondersi di nastri verdi, lo stesso che lei porta appuntato alla sua giacca. Che significato hanno?
Sono il segno che i pacifisti russi non violenti stanno usando per riconoscersi e per veicolare il messaggio all’interno della società. Tante persone, soprattutto donne, utilizzano questi nastri verdi per dirsi e per dire che la guerra non è giusta. Sono quelle stesse persone che il 9 maggio sono scese in piazza con le foto dei propri cari che hanno partecipato alla Grande Guerra contro la Germania ma hanno aggiunto una mano sugli occhi, come a non voler far vedere quello che accade oggi perché è la negazione di ciò che è accaduto allora. Credo ci voglia un grande coraggio per farlo, sono davvero ammirato e grato dal fatto che lo facciano in maniera assolutamente pacifica, perché si rischia il carcere per molti anni.

Che cosa stiamo dimenticando?
Abbiamo forse pensato troppo che la guerra, anche per le narrative cinematografiche e delle serie televisive che riempiono ormai le giornate e le notti di tanti di noi, è uno spettacolo. La guerra è una tragedia che dilania la storia, la vita delle persone e della comunità. Sono nato vicino alla guerra nel 1958, a 10 anni dalla fine delle ostilità: l’ho respirata attraverso le esperienze e il dolore dei miei genitori e dei miei nonni. Molti di noi hanno dimenticato cos'è questo. Abbiamo guardato da lontano con occhio distratto o l’abbiamo ridotta a spettacolo. In questi giorni, con la guerra aperta sulla terra d’Europa, forse impariamo di nuovo a guardarla provando orrore. Questo orrore deve diventare impegno civile, politico e spirituale. Azione di pensiero forte, di preghiera per riuscire, come hanno detto tanti grandi e come papa Francesco ha ripetuto, ad abolire la guerra: questa è la strada che dobbiamo percorrere. Dobbiamo cominciare da noi stessi.

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