societa

'Gino Bartali fu un eroe, lo dicono gli ebrei che ha salvato'

Gian Antonio Stella
Pubblicato il 27-01-2021

La testimonianza di Sergio Della Pergola

«Mettere in dubbio che Gino Bartali abbia rischiato la vita per salvare degli ebrei è come negare che la terra sia rotonda». Nel pieno delle polemiche intorno all’insufficienza di documentazione sul ruolo del campione riconosciuto come Giusto tra le nazioni, insufficienza denunciata nel libro L’ossessione della memoria. Bartali e il salvataggio degli ebrei: una storia inventata (Castelvecchi), scritto dagli storici Marco e Stefano Pivato, Sergio Della Pergola va giù durissimo. Dice che no, non può parlare a nome dello Yad Vashem: «Posso parlare solo come un ricercatore che conosce la materia e fa parte della commissione che si occupò dell’istruttoria. Io li conosco, i documenti su Bartali».  Nato a Trieste nel 1942 da famiglia ebraica, laureato a Pavia, emigrato nel 1966 in Israele, sposato con la figlia del rabbino Elio Toaff, celebre come un grande della demografia mondiale, studioso dell’antisemitismo, autore di decine di libri, si è spinto a dire al nostro «Corriere fiorentino»: «È necessario spazzare il terreno da affermazioni vergognose, un negazionismo sulla figura di Bartali attraverso un discorso equivoco sulla distinzione tra storia e memoria lo ritengo quasi sullo stesso piano del negazionismo dell’Olocausto».

Il giorno dopo conferma «parola per parola». Anzi, rifiuta l’idea stessa che sia legittimo mettere a confronto le parole sue e quelle del libro in uscita: «Non sono opinioni mie contro opinioni loro. Il nostro è un istituto serissimo, che prima di spendere una parola su qualcuno deve essere certissimo dei fatti. Il professor Pivato sarà pure ordinario di Storia contemporanea, ma se cita Edward Carr per dire che per gli storici “l’accuratezza è un dovere non una virtù”, allora lui non è coerente. Come fa a scrivere che quando si è “consumato il divorzio fra storia e memoria, quest’ultima ne ha preso il posto e, priva delle tutele e delle cautele dello storico, ha finito talvolta per accreditare come veri fatti e accadimenti mai avvenuti”? Come fa a scrivere di “contrabbandieri di verità”? Se si parla di Bartali, la frase è falsa: i fatti sono veri, gli accadimenti sono avvenuti. Tutte le procedure sono state corrette». Come fu aperto il fascicolo? «Per aprire un fascicolo (solo per aprirlo, poi può finire in una bocciatura) basta una segnalazione. Può farla chiunque. Un salvatore o meglio ancora un salvato. O uno storico locale. Chiunque. Nel caso di Bartali arrivò da una docente toscana, Angelina Magnotta. Si era imbattuta nella vicenda facendo un lavoro in classe coi suoi studenti. Aveva fatto delle ricerche. Scrisse: “Ho scoperto con stupore che questo uomo non è stato ancora riconosciuto come Giusto…”. Partì così, l’iter. C’erano testimonianze di salvati? Ecco la prima domanda che dovevamo porci. E qui, di testimonianze, ne sono emerse parecchie. A partire, com’è noto, da quella di Shlomo «Giorgio» Goldenberg, nascosto coi genitori (aveva nove anni) in uno scantinato di proprietà di Bartali in via del Bandino, a Firenze». Sicuri che fosse di Bartali? «Sì. Tutto controllato al catasto. Siamo persone meticolose. Pignole. Anni dopo lo stesso Goldenberg tornò Firenze e volle rivedere quello scantinato insieme con Andrea Bartali, il figlio».

Era presente alla testimonianza di Goldenberg in commissione? No, spiega, «non si svolge così, come ad esempio nelle sedute davanti al Senato americano. Si presentano testi scritti. Dichiarazioni. Memorie. Diari. Verbali. Libri. In questo caso c’è una dichiarazione scritta. E così quella di una signora di Genova (il cardinale Pietro Boetto era lui pure molto attivo nell’aiuto agli ebrei) che dichiara che Bartali andava anche lì...». Andava e non andò: vuol dire più di una volta? «Non una volta o due: ripetutamente. Ora, che Bartali possa aver salvato ottocento ebrei potrebbe anche essere una forzatura: noi il numero non lo possiamo provare. Abbiamo documentato però almeno una trentina di salvati. Ci bastavano. Non abbiamo neppure avuto bisogno di andare a guardare negli archivi della Curia di Firenze. Naturalmente la documentazione su Elia Dalla Costa è molto più completa. Enorme. Era un uomo straordinario. Di pura spiritualità. Fosse stato eletto Papa lui invece di Eugenio Pacelli sarebbe cambiato tutto. Che Bartali andasse e venisse portando documenti è fuori discussione. Lo confermano tra le altre le parole di Marcella Frankenthal, il cui figlio è stato sentito anche dal “Corriere della Sera”: raccontò tutto e mostrò quattro documenti falsi avuti grazie a Bartali». Quella chiave, insiste, «fu la deposizione di Sara Di Gioacchino Corcos, la cognata del rabbino Nathan Cassuto che (lo ribadì anche a me) aveva parlato di queste missioni direttamente con Bartali. Nella nostra comunità ci sono spesso rapporti di parentela. La stessa Sara e la sorella Anna (che finì ad Auschwitz, né tornò straziata, ma fu poi uccisa nell’attentato terroristico arabo del Monte Scopus nel 1948, dopo esser riuscita a riparare in Palestina e a rivedere i suoi figlioletti salvati da una famiglia italiana non ebraica) erano prime cugine di mio padre». La registrazione del colloquio c’è? «No, Bartali non voleva parlare di queste cose. Acconsentì solo quando seppe che Sara, come ho detto, era cognata di Nathan Cassuto, ma a condizione di non essere registrato. Era fatto così: pensava che quello che doveva esser fatto andava fatto. Punto...»

Di più, aggiunge il commissario dello Yad Vashem: «C’è una storia che si incrocia con la lettera al “Corriere” di Riccardo Nencini, nipote del grande Gastone Nencini, ciclista e amico di Bartali. È la storia di Giuseppina Biviglia, altra Giusta tra le nazioni, madre superiora del convento San Quirico di Assisi. Si racconta, nel fascicolo, che un giorno arrivarono lì due fratelli triestini ebrei in fuga, Enrico e Carlo Maionica. Lei diede loro asilo. A un certo punto giunse una pattuglia di tedeschi. Madre Giuseppina disse ai due fratelli di rifugiarsi in un sotterraneo, nella clausura. Un gesto indimenticabile. I nazisti volevano perquisire tutto, dicevano di avere la certezza che i due ebrei fossero rifugiati lì. Lei li sfidò: “Volete violare una clausura? Fatelo!”. E fu così ferma e credibile che quelli lasciarono perdere». Che c’entra Bartali? «Enrico Maionica, in una testimonianza registrata all’archivio Spielberg che raccoglie migliaia di memorie filmate sull’Olocausto, disse che lui sapeva falsificare i documenti e un giorno “arrivò il ciclista e io gli diedi quello che avevo preparato”». Bartali? Chissà… Ma certo, lo stesso Della Pergola sa che anche storici vicini come Michele Sarfatti o più recentemente Simon Levis Sullam («da quel che mi risulta non vi sono documenti consistenti sul ruolo di Bartali salvatore...») hanno dubbi: possibile ci siano solo testimonianze? «Ma scusate, cosa ci dovrebbe essere, la bicicletta di Bartali? Il sellino sotto cui nascondeva i documenti? Quando ci sono persone che dicono, separatamente l’una dall’altra, “ho messo i documenti nelle mani di Bartali” e altre “ho ricevuto i documenti dalle mani di Bartali” che cos’altro dovremmo avere? Abbiamo tanti puntini: possiamo unirli e il quadro è chiarissimo. Cos’altro vogliamo? Anche i migliori storici, se non vedono le carte, non possono capire». 

Ed ecco il tema: perché lo Yad Vashem non spalanca gli archivi spazzando via i dubbi? «Personalmente sarei d’accordo. Parlo per me. Ma queste scelte vanno prese dall’istituzione. La mia opinione è che sì, più i procedimenti saranno trasparenti, meglio sarà. Salvo, si intende, i protocolli dei verbali. Non tutti i Giusti erano santi. Quello che conta è ciò che hanno fatto per aiutare gli ebrei. Però…». Però? «Però devo aggiungere una cosa: dietro questa polemica c’è dell’altro. Oltre Bartali. C’è un andazzo di contestazione di Yad Vashem in quanto tale. Un andazzo c’è anche negli ambienti più qualificati e perfino negli ambienti ebraici. Mettiamo che qualcuno pensi che la Chiesa si sia comportata malissimo con gli ebrei. Ecco, riconoscere che un cattolico vero, un terziario carmelitano come Bartali, sia stato un Giusto potrebbe infastidire chi ha questo schema rigido anticattolico». Certo, ammette, lui stesso è molto polemico su Pio XII, «ma negare che una quantità di preti e di suore, di vescovi e cardinali, cercò di aiutare gli ebrei è assurdo. Io sono un demografo, vivo di numeri. Bene: la presenza fra i Giusti italiani di uomini e donne di Chiesa è del 13 per cento. Una quota altissima. Quella che mancò, in maniera schiacciante, fu una direttiva centrale. Una parola pubblica del Papa. Ma non la generosità, il coraggio, a volte perfino l’incoscienza di cattolici che rischiarono la loro stessa vita per proteggere noi ebrei seguendo il loro credo. Eroi. Ma per proprio conto».

Sullo sfondo, intravede l’antico fantasma: l’antisemitismo. «C’è chi sostiene che questa nostra insistenza sulla memoria sia tale che “il passato europeo non riesce a passare”. Insomma, la memoria della Shoah sarebbe una “palla al piede” dell’Europa. È una forma di negazionismo. Lasciamo stare chi nega l’esistenza di campi di sterminio. La cosa più sottile e infida, oggi, è negare agli ebrei il diritto ad avere una “loro” memoria. Ecco, sono convinto che anche su Bartali sia così. C’è gente che contesta Yad Vashem come una realtà “targata” Israele. Chi dice che “gli israeliani hanno rubato la memoria della Shoah”. E questo, scusate, è inaccettabile». (Corriere della Sera)

Cari amici la rivista San Francesco e il sito sanfrancesco.org sono da sempre il megafono dei messaggi di Francesco, la voce della grande famiglia francescana di cui fate parte.

Solo grazie al vostro sostegno e alla vostra vicinanza riusciremo ad essere il vostro punto di riferimento. Un piccolo gesto che per noi vale tanto, basta anche 1 solo euro. DONA