societa

Il veneto che introdusse in Africa l'iconografia di San Giorgio e il drago

Gian Antonio Stella Corriere della Sera
Pubblicato il 28-01-2021

Ignoto in patria, Nicolò Brancaleone lasciò il segno nell'arte copta

Forse una madre pianse, il giorno che se ne andò. Ma i veneziani, quando salpò su una «barca da mar» verso le terre più lontane, non se ne accorsero. Né si sarebbero mai accorti della sua assenza. Non un cenno, negli archivi. Non uno. Perché mai la Serenissima ricca in quei decenni d' oro di artisti come Jacopo, Gentile e Giovanni Bellini, Cima da Conegliano, Giorgione e Tiziano avrebbe dovuto notare quell' ignoto pittore probabilmente cadorino partito per l'«Abasce», come Marco Polo aveva chiamato tanto tempo prima l' Abissinia, scrivendo che il «maggiore re di questa provincia si è cristiano» ed era in «grande guerra col soldano d' Adenti» (il Sultano di Aden) e c' erano «galline bellissime» e «istruzzoli grandi come asini»? Eppure laggiù, nella mitica Etiopia raggiunta con un viaggio avventuroso probabilmente via mare fino ad Alessandria e da lì via terra fino a Suez dove avrebbe trovato un nuovo imbarco (non era difficile a chi si offriva ai remi) verso Massaua per poi addentrarsi negli altopiani, Nicolò Brancaleone si sarebbe affermato come uno dei massimi artisti della pittura etiope. Autore di opere importanti. Ma ricordato più ancora per avere introdotto nell' iconografia della Chiesa ortodossa locale, tra le più antiche del mondo e fondata a metà del IV secolo da san Frumenzio, la figura di san Giorgio e il drago.

C' è chi ipotizza che arrivò laggiù nel 1480, chi addirittura, come Giorgio Roscigno in una relazione al Centro studi all' Università di Addis Abeba, quindici anni prima. E non meno incerta è la data della morte, probabilmente nel 1521. Cinquecento anni fa. Ma perché decise di andarsene laggiù? Forse (è solo un' ipotesi) aveva avuto modo di vedere a San Michele in Isola lo strepitoso Mappamondo di Fra Mauro che nel 1450 individuava già l'«Abassia» e l'«Ethyopia» grazie a chierici «nati lì» che avevano per lui disegnato le montagne e i fiumi «con le proprie mani». Forse si erano già diffusi anche nelle contrade di San Marco i racconti della visita al Concilio di Firenze a fine agosto 1441 di ben due delegazioni etiopi. Una guidata dall' abate Andrea delegato dal patriarca Giovanni XI della Chiesa copta (cioè egiziana, che storicamente nominava il metropolita etiope) e una più strettamente etiopica che evidentemente, come scrive Alberto Elli, autore di una monumentale Storia della Chiesa Ortodossa Tawedo d' Etiopia (Edizioni Terra Santa), «non desiderava esser confusa con la copta» ed era guidata dal diacono Pietro, che portava una lettera «in lingua etiopica, ossia in ge' ez» dell' abate Niqodimos di Gerusalemme tradotta al Papa e ai padri conciliari prima in arabo e poi latino. Lettera che tra l' altro lamentava l' isolamento dei cristiani etiopi dopo l' espansione islamica nell' Africa del Nord, dovuto anche alla «negligenza dei romani Pontefici () poiché presso i nostri uomini non c' è nessuna memoria della visita o della cura di tante pecore di Cristo» in Africa dato che erano «trascorsi 800 anni» senza che un Papa «mandassi a dire "Dio vi dia buon dì"».

In realtà, scrive Elli, «benché durante il lungo isolamento nessuna ambasciata ufficiale avesse mai raggiunto l' Etiopia, ciò non fu dovuto a noncuranza o negligenza dei Papi, ma alle oggettive difficoltà che a queste ambasciate si opponevano, in particolare il blocco che sia i patriarchi alessandrini sia i sultani d' Egitto opponevano a qualsiasi contatto tra Roma e l' Etiopia: i primi per motivi religiosi, i secondi per motivi politici, temendo che si formasse un' alleanza tra Stati cristiani e l' Egitto musulmano e venisse così a trovarsi tra due fuochi». Un conto era raggiungere l' Africa nera per cercar fortuna, un altro per combattere l' Islam. Fatto sta che la visita a Firenze e poi a Roma, con rimandi a re Salomone e alla Regina di Saba, aveva riacceso l' interesse per il favoloso Paese del Prete Gianni. Il cui mito, nato da una lettera misteriosa («Io Prete Gianni sono signore dei signori in ogni ricchezza che c' è sotto il cielo...») arrivata nel 1165 ad Alessandro III, a Federico Barbarossa e all' imperatore di Bisanzio Manuele Comneno per spingerli a indire insieme una crociata per liberare la Terra Santa dei saraceni, era ancora incredibilmente vivo. Tanto da spingere lo stesso papa Eugenio IV ad accogliere gli «Imbasciatori dell' Illmo Prete Janni» e omaggiare gli ospiti quali «oratori del grande Principe Costantino, Imperatore degli Etiopi». Una fama spropositata che sopravviverà almeno fino alla mappa di Ortelius dove ancora nel 1570 spiccherà una «Presbiterii Iohannis Sive Abissinorum Imperii Descriptio».

Sia come sia, è probabile che il nostro Nicolò Brancaleone si spinse fin laggiù in quelle terre che iniziavano ad aprirsi, per spirito d' avventura, col sogno di tornarne ricco. Sogno che già aveva portato in Etiopia altri viaggiatori disposti a sfidare ogni pericolo tanto che nel 1481 Battista da Imola, inviato con fra Giovanni di Calabria dalla corte pontificia a ricambiare la visita dei «dignitari abissini», trovò alla corte del Negus Eskender a Barara, allora capitale transitoria del regno di Scioa, non lontano dall' attuale Addis Abeba, «diece Taliani, homini de bona reputatione» che erano arrivati fin lì perché «lor intention era de trovar zoye et pietre preciose. Ma poi che quel Re non li lassava ritornar, stavano tuti malcontenti, per ben che da lo Re fossero tuti, secundo el grado de ziascuno, ben premiati e provisionati». Tra i quali, appunto «Miser Nicolò Branchalion, venitiano». Fece davvero fortuna, pur essendo ospite ma prigioniero? Se ne sa poco però sì, è probabile. Certo il suo arrivo in Etiopia alla corte del re Eskender (1478-94) insieme con quello di altri artisti e artigiani europei e italiani, spiega la storica Lorenza Mazzei, autrice de Uno straniero alla corte del re.

L' influsso della pittura veneziana in Etiopia («Art e dossier» 330, 2016), segnò una svolta. E se è vero che «giudicata in base agli standard europei la sua pittura non va oltre l' opera di un modesto artigiano» (forse gli mancava «un apprendistato artistico prima della partenza da Venezia») è indubbio che «da un punto di vista iconografico gli elementi che Brancaleone introdusse ebbero un impatto che non si esaurì nel corso del suo soggiorno in Etiopia ma influenzò in maniera profonda e duratura la pittura tradizionale etiopica». E non solo per l' uso dei colori o l' attenzione «posta al disegno dei copricapi realizzati in una grande varietà di forme che con grande probabilità rispecchiavano la moda veneziana dell' epoca». Fatto sta che è l' unico, tra vari artisti locali ed europei del tutto ignoti, a esser ricordato (soprattutto dopo gli studi degli anni Sessanta dell' inglese Diana Spencer) col suo nome, le sue opere scampate alle distruzioni islamiche e al degrado come un affascinante album di miniature con una cinquantina di illustrazioni, le sue innovazioni (come una «scandalosa» Madonna col Bambino sul braccio sinistro invece che su quello destro tradizionale) e infine la sua firma. Quella del battesimo, «Opus mevs Nicholavs Brancalew Venetus», su una delle miniature. O quella della patria d' adozione («Questo l' ho dipinto io, Märqoryos l' europeo», in amarico) in un prezioso trittico dominato da san Giorgio che uccide il drago. Un' innovazione davvero speciale per un Paese che ha nel santo martire, come Genova, l' Inghilterra o la Catalogna, il suo patrono. Negli stessi anni, nella città serenissima, dipingeva due stupendi «San Giorgio e il drago» Vittore Carpaccio. Poteva mai immaginare che sugli altopiani d' Africa si fosse un altro veneziano che disegnava lo stesso san Giorgio e i santi coi berretti dei dogi? (Corriere della Sera)

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