Speciale invasione Ucraina

Ucraina, Fra Marco: riconoscerci fratelli e sorelle

Redazione
Pubblicato il 02-03-2022

Messaggio Custode Sacro Convento Assisi

Cari fratelli care sorelle, cari amici permettetemi di rivolgervi il saluto con cui Francesco si rivolgeva alle persone che incontrava: “il Signore ti dia pace”.

Forse questo saluto si rivela estremamente attuale in questi giorni in cui assistiamo a ciò che fino a pochi mesi fa noi persone comuni non avremmo mai immaginato di vedere: ancora una volta la guerra, in Europa, a poche migliaia di chilometri da noi.

Fino a pochi mesi fa, anzi fino a poche settimane fa, tutta l’informazione e tutto il dibattito sociale, politico, per certi versi anche ecclesiale, era dominato dalla pandemia: green pass si green pass no, vaccino sì vaccino no, mascherine si mascherine no. E in maniera repentina tutto questo è come sparito, perché presi alla sprovvista da questo flagello della guerra.

Papa Francesco sin dai primi tempi della pandemia, nel 2020, aveva avvisato tutti noi, tutta l’umanità dicendo che la cosa più grave rispetto alla pandemia poteva essere solo averla vissuta invano, cioè non essere diventati migliori dopo e grazie ad essa. Abbiamo visto infatti che inizialmente la lotta contro la pandemia ha coalizzato l’umanità ma rapidamente sono ripartite le forze centripete che dividono perché puntano alla tutela dell’interesse di ciascuno, o dei gruppi singoli o delle coalizioni. E questa guerra sembra confermare il rischio da cui ci metteva in guardia Papa Francesco: non abbiamo imparato niente da questa pandemia, non abbiamo imparato ad essere più solidali, essere più uniti, a scoprire che l’unica strada possibile per l’umanità è la collaborazione, la solidarietà anzi proprio qui davanti alla tomba di San Francesco non possiamo non ripetere che l’unica strada dell’umanità è la fraternità.

Francesco, al secolo Giovanni Di Pietro di Bernardone, ha conosciuto la guerra. Ha combattuto in guerra, ha voluto servirsi della guerra per promuovere sé stesso, per diventare famoso, importante, per diventare cavaliere e salire la scala sociale. Colui che oggi veneriamo come l’uomo di pace e di fraternità per eccellenza ha conosciuto, forse come tanti di noi, come i potenti della terra, il fascino della violenza come strumento di potere e di affermazione di sé.

Certo la guerra nel medioevo non aveva il potere distruttivo di quella contemporanea, eppure al di là dei mezzi, alla base, c’è sempre il cuore malato degli uomini, di noi uomini e donne, che crediamo che mors tua è vita mea, che se tu mio nemico non ci fossi, la pace regnerebbe. Ricordiamo che san Francesco era in viaggio verso le Puglie per una spedizione militare quando Cristo gli apparve in sogno facendogli una domanda radicale: “Francesco ma chi ti conviene di servire, il servo o il padrone?” Il padrone rispose Francesco. E allora replica il Cristo: lascia dunque questa spedizione militare e torna ad Assisi e là ti sarà detto ciò che devi fare. E abbandonando la logica dell’affermazione di sé sulle spalle degli altri che Francesco anzi che Giovanni Di Pietro di Bernardone, comincia a diventare il Francesco d’Assisi che tutti conosciamo. Si recherà a San Damiano per pregare e restaurare la chiesa, abbraccerà il lebbroso e lo bacerà e sarà in grado di rinunciare ai beni paterni per sperimentare una nuova fraternità con degli uomini e delle donne (pensiamo a Chiara) che il Signore gli avrebbe donato. Francesco incontrando Cristo è diventato un uomo nuovo, è diventato fratello di ogni uomo di ogni donna. Promotore di dialogo e pace instancabile: all’interno delle città italiane tormentate da lotte intestine, durante la crociata in Egitto, tra il potere religioso e civile qui ad Assisi eccetera.

Questo è in estrema sintesi il cammino di Francesco, quello che lui ha fatto, di quella autentica conversione religiosa che lo ha condotto da una fede semplicemente culturale, di comodo, di convenienza o di abitudine, alla scoperta che Cristo non è qualcuno che si rivendica spazio per sé, non è un Dio “religioso” che chiede offerte o sacrifici, ma Cristo è davvero l’unione tra il cielo e la terra, quel capo in cui finalmente tutta l’umanità è un corpo solo. E questa è proprio una bella notizia perché paradossalmente non entra affatto in competizione con chi pur non riconoscendo Cristo intuisce ugualmente che il destino dell’umanità e la fraternità che passa sempre solo per il dono di sé e mai, mai per il dominio sull’altro.

In questo senso allora assieme a Papa Francesco, a Giovanni Paolo II, a Papa Benedetto XVI e a tutti gli uomini di buona volontà, assieme a Francesco d’Assisi, non posso non ripetere che la guerra, soprattutto la guerra contemporanea che dispone di armi dal potere di distruzione immenso (anche senza far riferimento ora alle armi ABC: atomiche, batteriologiche e chimiche), è un crimine, una follia, un omicidio- suicidio di massa dell’umanità. Siamo in questa bellissima terra umbra, eppure anche questa bellezza, questo calore potrebbero essere volontariamente distrutti dalla sete di potere, dall’avidità o dalla paura matta di perdere le proprie sicurezze, i propri privilegi.

Ed è questa logica che vediamo come sempre, nella sua agghiacciante banalità, essere all’opera anche oggi nella guerra che si sta combattendo in Ucraina. La vita delle persone, compresi donne e bambini, ha meno valore di equilibri geopolitici, di affermate garanzie strategiche.

Francesco, uomo di pace, ha una parola forte, un guai, rivolto nel suo cantico delle creature, verso chi muore in peccato mortale: e che cos’è “più” peccato mortale se non il male del rifiuto dell’altro, della chiusura, della violenza, della guerra? Eppure questo guai può riguardare non solo chi ha responsabilità dirette di questo e di ogni altro conflitto che insanguina la nostra casa comune, questa terra che dai tempi di Caino è costretta a bere il sangue dei suoi figli, sparso dai loro fratelli!

Questo monito è anche per tutti noi e per l’umanità intera, perché l’indifferenza e il silenzio la storia li giudicherà come connivenza. Quante storie abbiamo sentito e sentiamo in merito, per esempio, alla Seconda guerra mondiale, alle stragi perpetrate in quel conflitto, di cui alla fine è stato chiesto il conto anche a chi con il suo silenzio non si è opposto.

Il male vuole convincerci che sono problemi altrui o che non si può fare niente, invece queste sono solo menzogne: proprio ieri Edith Bruch, scrittrice scampata alla shoah, diceva ai ragazzi delle nostre scuole di Assisi di manifestare il nostro no alla guerra perché l’indifferenza ci rende complici e sostiene il gioco del male.

Grazie allora a tutti voi, perché stando qui ci sosteniamo a vicenda nel dire che noi crediamo nell’uomo, in ogni uomo e ogni donna, che ogni persona può fare scelte di bene, che ciascuno può essere posto davanti ai suoi errori e cominciare una vita nuova. Noi abbiamo speranza, perché Cristo è la nostra speranza. E Francesco ce lo testimonia continuamente. Non cediamo perciò alla logica del nemico, quasi che l’annientamento dell’altro sia la strada del bene, ma allo stesso tempo siamo solidali e disponibili, ognuno secondo le proprie possibilità, a dare sostegno, materiale e spirituale, a questi nostri fratelli e sorelle che sono vittime della follia della guerra, di questa e altre guerre. Preghiamo il Padre in questa giornata di digiuno e solidarietà con il popolo ucraino, perché ci aiuti a riconoscerci fratelli e sorelle. Solo così la guerra, ogni guerra, anche questa invasione dell’Ucraina, avrà le gambe tagliate alla radice.

Grazie a fra Nicola per la sua testimonianza: lo Spirito santo vi doni luce, forza e calore; noi siamo con voi e speriamo di essere sempre più numerosi. Contate su di noi tutti.

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